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Nuovo Cinema Aquila : Andando avanti con Jean-Luc Godard
Godard non è un vecchietto in pensione in Svizzera, come pensa qualcuno. Ma un vero sperimentatore dei nostri tempi, a cui, non solo molti registi, ma anche tecnici, operatori e semplici cinefili, guardano con estrema attenzione. Perché nessuno più di Godard riflette sull'intreccio tra estetica e politica. Il suo Film Socialisme racconta una storia antica, novecentesca. Ma lo fa immergendosi nel mondo assolutamente contemporaneo della produzione sociale dell'immagine. Nessuno più di Godard ci mette davanti ad una scelta essenziale, dicendoci che il nostro destino di europei è legato, prima di ogni altra cosa, al fatto che l'immagine venga pensata. Ecco perché, in questo momento di smarrimento, ci affidiamo a lui. Meglio, andiamo avanti con lui.
Film socialisme di Jean-Luc Godard (2010, 111')
Il film più libero e innovativo del 2010 è stato realizzato da un giovane regista di ottant’anni. Film Socialisme impressiona tanto per l’audacia della scrittura che per la giustezza e il vigore di quello che vi si afferma. Si compone di tre parti : una sorta di storia di spionaggio su una nave da crociera che naviga nel Mediterraneo, l’incontro tra una equipe di giornalisti e una famiglia proprietaria di una stazione di servizio da qualche parte in Svizzera, una meditazione poetica sulla storia dell’Europa durante il XX secolo. La prima parte segue le gesta e le parole di alcuni passeggeri tra uno scalo e l’altro della crociera : da Algeri e a Barcellona passando per la Grecia, la Palestina e Odessa, un’inchiesta sul furto dell’oro spagnolo da parte dei Sovietici intorno alla Seconda Guerra mondiale dissemina i frammenti di una storia segreta del Vecchio Continente. La seconda parte è una commovente finzione sulla fratellanza e la possibilità di una nuova infanzia della politica nell’Europa di oggi. La terza parte, che completa l’estetica delle sperimentazioni video nella stessa vena d’Histoire(s) du cinéma, riprende gli elementi della prima operando un montaggio di straordinaria musicalità. Girato in video con pochi mezzi e una equipe leggera, Film Socialisme costituisce, nell’opera di JLG, al tempo stesso un punto d’arrivo e un nuovo inizio. Punto d’arrivo, perché Godard sembra aver trovato la scrittura che sperimenta da vent’anni. Nuovo inizio, perché il film è portato da un’energia, un’ironia e una virulenza che taglia netto con la melanconia dei suoi ultimi film. E.R.
Nuovo Cinema Aquila : Ricominciare da zero con Amalric, Rousseau, Straub
Ripartiamo da Mathieu Amalric e con Mathieu Amalric, che sarà con noi per accompagnare la proiezione di tre suoi film da regista, tra cui Tournée, unica proiezione italiana in lingua originale (vale a dire, a nostro modo di vedere, unica proiezione tout court). Ripartiamo da Jean-Claude Rousseau, che era stato nostro ospite quattro anni fa e che ritorna con il suo ultimo film. Ripartiamo da Jean-Marie Straub, con il suo primo film in HD.
Mange ta soupe (Mangia la tua minestra) di M. Amalric 1997. 70'.
Un figlio, di passaggio a Parigi per il suo lavoro, arriva da sua madre, critica letteraria la cui casa straborda di libri. Pile traballanti, giornali ammucchiati, gli scritti hanno piano piano ricoperto ogni spazio vuoto. Il padre si è rifatto una vita altrove, la sorella minore, giovane madre single, è andata via da casa, la madre abita da sola in questa casa immensa. L’attesa per il nuovo lavoro del figlio è più lunga del previsto, deve rimanere ancora una settimana. Niente di grave, ma… tra teatro e comicità burlesca, Mange ta soupe trasforma le piccole tragedie familiari in commedia esistenziale.
Le Stade de Wimbledon (Lo stadio di Wimbledon) di M. Amalric 2002. 70'.
Una giovane donna arriva a Trieste dov’è vissuto Bobi Wohler fino alla sua morte, avvenuta qualche anno prima. Affascinata da questo brillante intellettuale, amico di numerosi scrittori, cerca di capire perché lui non ha scritto niente. Le testimonianze che raccoglie delineano a poco a poco un ritratto contrastante. Con il vagabondare, attraverso gli incontri di coloro che l’hanno conosciuto, si precisa la personalità di quest’uomo e si smarrisce il senso di questa ricerca, la ragazza si perde e si ritrova, tra la città di Trieste e lo stadio di Wimbledon. Una città, una donna amata, le variazioni stagionali della luce: tra realtà e finzione, questo secondo lungo-metraggio mette a nudo i poteri del cinema.
La Chose publique (La Cosa pubblica) di M. Amalric
La rete francese Arte commissiona un film a un regista per la sua nuova serie "Masculin-Féminin". In seguito alla legge sulle quote rosa, “sintesi” possibile dei rapporti uomo-donna, non esita ad ambientare la trama nel mondo politico, lontano dalla casa. Tre settimane prima di iniziare a girare, sua moglie gli annuncia che ha incontrato un altro. Tra la Camera dei deputati e la camera da letto, tra finzione politica e home movie, come farà a consegnare il lavoro che gli è stato richiesto?
Produttore televisivo di successo, Joachim aveva mollato tutto, figli, amici, nemici, amori e rimorsi per ripartire da zero in America all’alba dei suoi quarant’anni. Torna con una tournée di ballerine di striptease "New Burlesque" alle quali fa sognare la Francia… Paris! Di porto in porto, la spensieratezza dello spettacolo e le forme delle girls entusiasmano uomini e donne. E nonostante gli alberghi impersonali, la hall con le immancabili musichette da quattro soldi e il poco denaro, le ragazze inventano un mondo stravagante di fantasia, di calore e di feste. Ma il loro sogno di chiudere la tournée con un’apoteosi a Parigi va in mille pezzi: il tradimento di une vecchio “amico” fa perdere a Joachim la sala che gli era stata promessa. Una rapida andata e ritorno nella capitale diventa necessaria, e riaprirà violentemente le piaghe del passato…
De son appartement di Jean-Claude Rousseau (2007, 70')
« Da lungo tempo volevo provare a comporre una tragedia con quella semplicità di azione che piaceva tanto agli Antichi. C’è chi pensa che questa semplicità sia segno di scarsa capacità inventiva. Io pensavo che, al contrario, inventare consiste nel far qualcosa dal nulla” (Racine, Prefazione di Bérénice, 1670). Grand Prix International, FID Marseille 2007.
Proposta da Jean-Claude Rousseau nella sinossi del suo ultimo film, questa citazione è famosa. Rappresenta, si sa, l'archeologia di questa modernità radicale che spazia da Mallarmé a Beckett. Non consiste tanto nel fare apparire una forma a partire dal tenue, quanto a desiderare concedere a questo pochissimo tutto il suo spazio, la sua forza intatta, senza sostituirgli un'altra intensità. Un simile programma non è nuovo nell'opera di Rousseau. Anzi ne costituisce la firma, l'esigenza sempre portata avanti. La singolarità, questa volta, sta nel fatto che torna esattamente alla fonte. Eccolo allora, a casa sua, leggendo Bérénice da solo, mentre sbriga a volte delle faccende domestiche. Sino al comico: così le inquadrature ripetute in cui si ostina a stringere la guarnizione di un rubinetto che perde, o ancora l'allegria in primissimo piano di piedi nudi che si lasciano andare a dei passi di ballo. Mischiare la vita all'arte, in modo tale che niente sia mai separato o ceduto, è questa la cosa essenziale. Quest'essenziale che viene colto in casa, nel quale si cimenta De son appartement, quello che una volta veniva chiamato una vita di santo.
Jean-Pierre Rehm
O Somma luce di Jean-Marie Straub (2011, 74')
Intorno a Jean-Marie Straub, come è noto, c’è una sorta di culto. Il suo cinema ha attraversato lingue, territori e tempi diversissimi tra loro. Dalla Grecia di Teresia e di Edipo, all’Europa barocca, ai luoghi della resistenza italiana, alla Sicilia di Vittorini, all’Alsazia ceduta al secondo Reich. il suo è un ciinema apolide, che si radica non per affirmazione di un’identità, ma ripercorrendo e mettendo in discussione la positività di tutte le patrie del passato e del presente.
Eppure, in questa sua essenza apolide, nessun cineasta moderno come Straub è rimasto fedele ad una maniera specifica di fare cinema. Non ad un codice o ad un dogma. Piuttosto ad una pratica che, almeno in teoria, con un po’ di applicazione e di serietà, tutti possono fare propria.
E per questo che O somma luce colpisce tanto. L’immagine innanzitutto : dal 35mm a cui ci ha abituati, Straub si apre al digitale ad alta definizione (doppio cambiamento, sia del formato dell’imagine che del supporto sulla quale è registrata). E il suono : in luogo dei personaggi brechtiani, ci troviamo confrontati ad una lettura. La differenza è notevole. Soprattutto per quel che riguarda il suono. L’attore brechtiano recita come una sorta di automa, rivolto alla macchina da presa. A dispetto di questa spersonalizzazione, il testo è, via un lungo lavoro che precede le riprese, adattato alla respirazione di ogni attore. Una maniera per affermare la predominanza del corpo, detto altrimenti della materia, sulla psiche. In O somma luce manca quel ritmo tipicamente straubiano del fraseggio, dove la parola è semplicemente un brusio che si confonde con il rumore del mondo. La lettura riporta il senso al centro del cinema. Anche l’immagine contribuisce
O somma luce è fuor di dubbio un esperimento. Straub, sempre curioso di questioni techniche, prova per la prima volta (con l’eccezione di Europa 2005, che pero’ era in DV 4/3) un formato digitale HD, e adatta il suo cinema alla nuova cornice.
In questo senso, si capisce il perché della musica di Varese che riempie la lunga sequenza con lo schermo nero (che poi completamente nero non è mai). Si tratta di Désert, concerto misto, per metà acustico per metà elettronico, che Varese propose per la prima volta agli Champs Elysées nel 1954, suscitando vive proteste da parte del pubblico. Straub (che era presente quella sera al concerto di Varese) mette nel suo film la registrazione di quella serata, con tanto di schiamazzi e urla degli spettatori. E gli spettatori di Straub, come prenderanno questa sua somma eresia ?
Il Kino : "Dans l'atelier de ma tête"
Sabato 9 aprile, ore 17.00 : Atelier Mathieu Amalric e la fabbrica di Tournée. Il cineasta ci racconta come ha scritto, girato e montato il suo ultimo fim.
Domenica 10 aprile, ore 17.00 : Atelier Jean-Claude Rousseau : Da "Jeune femme lisant une lettre à sa fenêtre a "De son appartement".
"Mio padre, oggi in pensione, faceva l’architetto. Diverse volte, quando ero studente alla Scuola di Arti Decorative, mi aveva chiesto di lavorare nel suo studio su differenti progetti. Anche se l’insegnamento nella mia scuola allora era abbastanza all’avanguardia e originale, mi sono reso conto con gli anni che quello a cui facevo più riferimento, tanto nei miei pensieri come nelle mie scelte e nel mio agire come artista , era quello che avevo sentito, visto, osservato, nel laboratorio di mio padre. Per non parlare dell’impatto che avevano su di me le conversazioni dei suoi associati, le loro osservazioni in loco sui cantieri, i particolari indicati, a volte col dito, in un quadro di Paul Klee, l’ascolto di un pezzo jazz scomposto, le riflessioni ispirate dai sociologhi dell’epoca, ecc. Tutte questi accessi periferici portavano al progetto del momento. E se qualcuno avesse potuto conoscere queste fonti, avrebbe visto l’edificio in un modo diverso.
L’idea de « Il Laboratorio della mia testa » nasce da questi ricordi. Ho l’impressione di aver imparato di più durante queste passeggiate, questi salti sorprendenti tra la tecnica e il poetico, l’empirico e l’analitico, che durante gli insegnamenti didattici ricevuti alla Scuola. Diverse volte, incrociando dei registi, avrei voluto chiedere loro come « si era fatta » questa o quella sequenza, non tanto da un punto di vista tecnico, quanto da un punto di vista pragmatico. Com’era l’attrice? Avete scelto il vestito insieme? La scena è stata in parte improvvisata? In quale punto? Perchè scegliere quella presa? Qual’è la vostra scelta in quel momento sul personaggio ? Quello che noi vediamo è un eco di un’altra scena vista anni prima? Quale? Perchè? ecc.
Avevo l’impressione che avremmo potuto trarne un doppio beneficio. Io soddisfacendo una curiosità che mi avrebbe obbligato allora a riflettere a che cos’era la regia; e il mio interlocutore scoprendo magari degli aspetti del proprio lavoro.
In effetti quando La Primavera mi ha invitato l’anno scorso mi sono reso conto che spesso avrei preferito rispondere alle domande mostrando dei pezzi di film, inseriti nel montaggio finale o meno, di prove, oppure leggendo un testo che mi aveva ispirato, facendo vedere degli schizzi, dei disegni, facendo ascoltare delle musiche che non si sentono nel film ma che sentivamo sul set, piuttosto che provando a tradurre i miei sentimenti in una prosa più o meno ispirata. Ero frustrato e ce l’avevo con me stesso perchè non ci avevo pensato prima. Da qui è nata quest’idea di domandare ai Grandi Invitati della Primavera di aprirci per un film o più d’uno « l’Atelier della loro Testa ».
Personalmente sono molto felice che sia Mathieu Almaric, autore di questo « Tournée » splendido, vivo come un pesce, musicale come il petto di una cantante, teso e disteso come una pianta della jungla, il primo ospite.
Buona fortuna e fraternité".
H. Girardot
Aprile 2011












